ARCHIVIOLa grande bufala della “terra dei fuochi”

admin14/03/2014
https://www.eolopress.it/index/wp-content/uploads/2014/03/Terra_dei_fuochi_scavo.jpg

Terra dei fuochi scavo

I più intelligenti sono stati i tedeschi: i prodotti agricoli campani continuano ad acquistarli senza farsi impressionare dai microfoni o dai taccuini piazzati in faccia al primo «pentito» di camorra col programma di protezione a rischio. Le multinazionali germaniche della grande distribuzione, infatti, le analisi su mozzarelle, fragole, pesche, verdure, mele, broccoli, latte, provenienti dalla Campania, se le fanno in proprio fregandosene delle isterie sorte attorno alla cosiddetta “Terra dei fuochi”.

 

Ma non è stata sufficiente la concretezza teutonica perché le perdite del comparto agricolo campano sono state impressionanti: tanto per capirci, tra ottobre e novembre 2013, per la sola mozzarella di bufala il danno ha superato i 20 milioni di euro (un milione al giorno) che, per chi conosce i numeri del settore in rapporto al valore del bene di consumo, non è affare da poco. Facile quindi farsi un’idea di ciò che è avvenuto negli altri comparti, dalle verdure alla frutta passando per la loro trasformazione. Industrie come la Findus o la Orogel hanno iniziato a sbaraccare appena la psicosi ha iniziato a galoppare, per non dire della distribuzione piccola e media, del circuito di imprese familiari di contadini e coltivatori, dal piccolo ortolano al super market sotto casa: tutti travolti, tutti impossibilitati a difendersi, imprese che saltano, fidi bancari ritirati, lavoratori senza paga, trasporti merce fermi e via elencando.

Tra i deliri di Carmine Schiavone ex figura di medio calibro dell’ormai tramortito clan dei casalesi -ovviamente “collaboratore di giustizia”- secondo il quale «cinque milioni di persone stanno per morire» (cioè, quasi tutta la Campania visto che conta 6milioni di abitanti circa); il battage pubblicitario di Gomorra, libro e film, mutuato poi da una serie di piccoli Saviano in scala locale pronti ad immolarsi per la causa «Stop biocidio»; ambientalisti dal conio facile di neologismi allarmistici (“Terra dei fuochi” la usò per prima Legambiente sul finire degli anni 80); parroci in buona fede col Tau bene in vista, organizzatori di cortei e conduttori di cassette di pomodori “inquinati” sull’altare; programmi televisivi dal titolo avveniristico (vedasi il recente Santoro&Ruotolo con “Inferno atomico”) per non dire delle varie Iene, Sky Tg24 e la miriade di tv locali, stampa cartacea o web, tutti sicuri dell’imminente morte di una terra: che – stando per l’appunto alle dichiarazioni di Schiavone- non solo aveva condannato se stessa interrando veleni e scorie nucleari e tossiche, ma pure il resto del paese e, volendo, del mondo.

Naturalmente, in ossequio ad una lunga tradizione, le cose non stavano e non stanno così. Il rapporto definitivo, ufficiale, steso dal gruppo di lavoro coordinato dal governo, che a dicembre 2013 varò una direttiva ministeriale ad hoc, avrà gettato nello sconforto gli annunciatori di morte in arrivo tra Napoli e Caserta, la mitica terra dei fuochi, cioè, perché Salerno, Avellino e Benevento non sono comprese pur pagandone a cascata le conseguenze. Tredici super esperti, scelti tra i diversi enti pubblici coinvolti, hanno dato il responso: su 107.614 mq di territorio analizzato, soltanto il 2% è risultato inquinato in base a complessi parametri scientifici fissati nelle linee guida del decreto. Il territorio è stato diviso in griglie di 500 x 500 metri (2,5 kmq) per un totale di 4.700 tasselli: l’area di copertura a nord di Napoli è stata di 62.773 ettari, un po’ meno a Caserta con 44.841. Di questi numeri la superficie agricola analizzata è di 58.731 ettari mentre il resto riguarda le superfici “civili”, pur’esse trascinate nel gorgo dell’inferno atomico che nessuno ha mai trovato.

Sui 57 comuni coinvolti dallo studio solo per 51 siti «si propongono misure di salvaguardia delle produzioni agro-alimentari» come recita la relazione ministeriale. Un po’ poco rispetto alla tragedia annunciata. Le autorità centrali hanno già disposto lo stop alla vendita di alcuni prodotti provenienti unicamente dai siti “colpevoli”, anche se ciò rischia a primo acchito di aggravare la psicosi indotta da uno dei più obliqui tam tam mediatici degli ultimi tempi. Quel che è certo, però, è che i 5 milioni di campani perituri possono star tranquilli: almeno di agricoltura malata non moriranno.

Peppe Rinaldi (dal quotidiano “Libero” del 14 marzo 2014)

admin

Leave a Reply