ARCHIVIOAtroce vendetta in Calabria: tradita dal marito, sgozza il figlio di undici anni

admin04/03/2014
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Falcone Daniela De Santis Carmine figlicidio Rovito

Il cuore della tragedia lo riassume l’idea della fiducia che a undici anni puoi avere in tua madre: che, chissà perché, proprio quel giorno è venuta a prenderti a scuola un’ora dopo il suono della campanella. Ad undici anni si è felici quando è lei che ti libera dalla galera delle mura scolastiche, per portarti in giro o a far compere, magari proprio di quell’ultimo videogame che ti negava prima della pagella. Non penseresti mai che sta per infilzarti la gola con un paio di forbici: anche se l’hai sentita litigare col papà per tutta la notte, ma sarà stato un incubo, forse erano altri, i vicini che fanno sempre così, o forse la Tv, chissà. 

Invece Carmine De Santis è morto per mano di quella stessa donna, sua madre, che avrebbe preferito «che sparissimo tutti e tre per cancellare la vergogna, non c’è altra soluzione». Avrebbe detto proprio così Daniela Falcone (nella foto in alto con il figlio ucciso) la mamma 43enne di Rovito, tremila anime in provincia di Cosenza, a suo marito quando ha saputo che non solo aveva una relazione con un’altra donna ma che da questa storia stava per venire al mondo una nuova vita. Sono pesi enormi a volte, insopportabili, che radono al suolo certezze millenarie sedimentate nella psicologia di uomini e donne apparentemente «normali» ma, come tutti noi, esposti alle intemperie dell’esistenza. 

Nella prima denuncia di scomparsa fatta ai carabinieri di Gerico dal papà di Carmine, non c’è traccia di questa storia: ci si limita a raccontare gli avvenimenti della sera prima e l’evolversi della situazione appena s’è capito che qualcosa non quadrava, specie dopo che, recatosi a scuola per prendere il figlio, non l’ha visto uscire: non si preoccupi, è venuta sua moglie stamattina e l’ha ritirato lei, gli hanno detto le maestre. Ma che all’origine di questa tragedia vi fosse la scoperta della relazione extra coniugale sembra non vi siano più dubbi: la squadra omicidi della polizia, intervenuta dopo i primi rilievi dell’Arma, ufficialmente non ne sa nulla ma, si sa, ci sono casi in cui conta il vero e non il certo, cioè quello che è scritto nelle carte.

I fotogrammi sono uno più agghiacciante dell’altro. Daniela va a scuola sabato mattina, prende Carmine e si incammina con lui a bordo di una Suzuki gialla in direzione Camigliatello, località turistica della Sila. Avrebbe fatto rifornimento nonostante l’auto avesse quasi il pieno, poi un salto in farmacia per comprare medicinali, probabilmente tranquillanti: si spera di quelli potenti che abbiano almeno alleviato il bambino da sofferenze aggiuntive. Poi il vuoto, nessuno riesce a saperne di più: i carabinieri li cercano, la notizia si diffonde ovunque, altri parenti si uniscono, finché ieri mattina, un gruppo di operai del consorzio di bonifica non nota l’auto tra gli alberi. Sono loro, non c’è dubbio. Uno tra essi, volontario della Croce Rossa, sfonda il lunotto posteriore e, accortosi che la donna ancora respirava, prova a rianimarla. Carmine invece era riverso nel suo sangue con una vistosa ferita al collo: è stata sua madre a colpirlo e per ora non sappiamo con certezza se il piccolo fosse stordito dai farmaci o abbia addirittura lottato dal momento che la donna presentava graffi sul volto. Secondo la ricostruzione più accreditata pare che Daniela Falcone abbia prima provato a tagliarsi le vene (il polso sinistro, tra l’altro, è messo peggio di quello destro, segno di ripetuti tentativi), poi con le forbici con cui ha ucciso suo figlio s’è perforata petto e addome: infine, l’estremo tentativo con una cintura stretta al collo, pure esso vano. La dinamica è questa, si tratta solo di ordinarne la sequenza temporale. Lo stanno facendo il magistrato e gli inquirenti. L’ultima ferita, all’addome, è quella che l’ha ridotta in coma e che ha determinato la necessità di un trasferimento in elicottero da Paola a Cosenza. La situazione è ancora grave ma i medici dicono non corra più pericolo di vita.

Erano una famiglia modello i De Santis: padre e madre impegnati in parrocchia, nel volontariato, lei benvoluta da tutti, conosciuta e stimata, il figlio un ragazzino per bene come ce ne sono tanti. Dietro l’angolo, il male.

Peppe Rinaldi (dal quotidiano “Libero” del 4 marzo 2014)

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