BazArt‘Brigataes’, l’artista più grande del mondo in mostra a Napoli

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Teschio-gigante
NAPOLI-
La notizia è di quelle sconvolgenti e potrebbe ridefinire tutti i concetti della scienza e della filosofia, sovvertendo i termini stessi dell’esistenza umana sulla Terra o, per lo meno, del sistema dell’arte. L’artista più grande del mondo è il più grande artista del mondo.

Il ritrovamento sensazionale di ossa di proporzioni gigantesche e di una lastra di pietra con tracce di pittura rupestre, risalenti a circa quarantamila anni fa e portati alla luce dall’esimio archeologo Amedeo Maiuri, presso l’Acropoli di Cuma, ha scosso tutta la comunità scientifica. Anche il famoso paleontologo Ralph von Koenigswald si è immediatamente recato sul sito, mettendo da parte le sue ricerche sul Gigantopithecus che, a questo punto, potrebbe non essere l’unico gigante della storia. 

Questa vicenda, risalente alla fine degli anni ’30 e dimenticata per il sopraggiungere degli eventi bellici, è rimasta seppellita tra polverosi incartamenti e casse da imballaggio, nei più reconditi meandri dei depositi del Museo Archeologico di Napoli. Fino a oggi. Fortuna vuole, infatti, che la Brigataes abbia ritrovato il materiale – un cranio, una mano e un femore giganteschi e tutta la mole di incartamenti e documentazione prodotta per lo scavo, tra cui un preziosissimo filmato assolutamente d’epoca, che già il regime avrebbe voluto adoperare per una grande esposizione, la più grande del mondo – per allestire una mostra incredibilmente vera.

D’altra parte, quando qualcosa entra nel circuito diventa reale per forza di autorità. Già Duchamp lo sapeva bene e tutti gli altri ci credevano. Poi, non possiamo non fidarci della parola scritta dei libri, dalla Gigantologia dell’affatto fededegno Emiddio Manzi al volume dei Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico, consunti dal tempo ed esposti come apparati documentari della mostra in teche trasparenti, che affermano, senza tema di smentita, l’esistenza provata di intere popolazioni di giganti. Forse un gigante non può essere un artista? Magari un artista un po’ goffo per gli attuali standard sociali ma, a giudicare dall’ampiezza cranica, un paio di metri circa, dotato di una prospettiva mentale e di una capacità percettiva decisamente fuori dall’ordinario. Entrando nell’ampia Sala della Meridiana del Museo, non si può non provare un brivido di soggezione, dopo essere stati squadrati da quelle abnormi orbite cieche che, migliaia di anni fa, osservavano le cose illuminate per restituirne l’immagine.  

Ossa-giganti“Il più grande artista del mondo” è una manovra di sabotaggio della conoscenza che radica la sua azione nella profondità del senso, intervenendo già nell’opacità dei nomi. Infatti, non solo la posizione dell’aggettivo rende semanticamente ambiguo il titolo ma la stessa Brigataes, un po’ come Luther Blisset e Mama Sabot, è uno pseudonimo collettivo dietro il quale, dal 2001, agisce Aldo Elefante.
La mostra – a cura di Marco De Gemmis e accompagnata da un catalogo pubblicato da Editoriale Scientifica nel pesante stile tipografico del ventennio, con testi di Teresa Elena Cinquantaquattro, Marco De Gemmis, Aldo Elefante, Francesco Poli, Antonello Tolve e Angelo Trimarco – è perfettamente squilibrata sul limite tra falso e vero, oscillando tra i due estremi con naturalezza e ironia. L’aver camuffato il testo di Vico del 1725 tra i bollettini di paletnologia italiana e le memorie paletnologiche, è sintomo camaleontico di questa tendenza. Nel trattato, infatti, dopo aver riordinato le antiche cronologie, relative a diluvi, gigantomachie e mitologie, si espone la concezione di una scienza le cui certezze si fondano sulla possibilità di assumere ciò che si compie o si produce come vero. 

Eppure, attraverso le forme tangibili dell’oggetto d’arte, si riesce a percepire come la realtà percepibile sia quell’ossessione caotica tra l’immediato e l’estremamente distante che sottopone a continue ridefinizioni il linguaggio degli uomini. Nel caso specifico di questi reperti archeologici pantagruelicamente falsi, si è messa in crisi l’interpretazione degli eventi, non sempre consequenziale alla conoscenza dei fatti, perché la memoria individuale e quella collettiva, che modellano la tradizione della storia e della preistoria, si compenetrano fino a non poter discernere gli ambiti di pertinenza, le provenienze concettuali. In fondo, tra vero e falso i punti di contatto sono più evidenti di quelli di rottura. Forse, la società del virtuale ha abusato dell’opposizione tra i due estremi apparenti, trasformando la semplificazione ingenua delle categorie in uno strumento di controllo, quella mistificazione che non è il falso spontaneo ma una perversione. La fluidità dei processi cognitivi, entro i quali la confusione tra il vero e il falso è la base narrativa del racconto mitologico, l’unico linguaggio infinitamente condivisibile, si è cristallizzata in stereotipi legati al tempo breve, alle durate effimere e segmentate del ciclo distorto della programmazione spettacolarizzata. 
Mario Francesco Simeone
Exibart

 

 

 

Redazione Eolopress

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