ARCHIVIOIl furto dell’«Apollo e Artemide»: ultimo colpo a un sito da vendere

admin19/03/2014
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pompei

Pompei ha un tumore grosso così e i medici si accalcano al capezzale ognuno con un giuramento dIppocrate interpretato a piacimento. Li chiamano burocrati, creature immortali, nonostante vi sia da dicembre un generale dei carabinieri esperto di Beni culturali, Giovanni Nistri, alla direzione generale. L’unica strada per la cura sarebbe pure nota se soltanto non fosse surreale: via dall’Italia il sito archeologico più famoso al mondo, via soprattutto dalla più irresponsabile burocrazia che si conosca.  

Grande non più di 20 centimetri e raffigurante Artemide col «gemello» Apollo nella Domus di Nettuno nella Regio VI, Insula 5 sulla via Consolare, era il pezzo di una parete che, seppur sbiadita, conservava intatto il fascino del racconto mitologico impresso nel residuo colore giallo frammisto al rosso di Pompei. L’hanno asportata. Il fatto che non si abbia idea di quando è avvenuto il furto spiega da solo come ciò sia potuto accadere: c’è chi dice risalga ad una settimana fa, chi a qualche giorno, chi non riesce a collocarlo nel tempo. Quel che è certo è che la Domus di Nettuno, al pari di altre, era chiusa al pubblico, in un posto “periferico” rispetto al flusso ordinario dei turisti, per non dire delle telecamere che dovrebbero registrare il movimento nel sito ma che fin là non arrivano. Il sindacato batte sull’evergreen del personale insufficiente, il Mibac ha ordinato un’ispezione interna, la nuova responsabile si dice fiduciosa, i carabinieri indagano e tutti siamo indignati: non manca nulla.

Una relazione scritta a penna in maiuscolo stampatello da un addetto al servizio, fissa la data della scoperta all’11 marzo, senza aggiungere altro se non la descrizione sommaria del fatto e le comunicazioni successive tra i livelli amministrativi. Dovranno passare oltre 15 ore dalla scoperta prima che la soprintendente, Grete Stefani, autorizzasse la denuncia ai carabinieri. Si è taciuta la notizia per alcuni giorni sperando che i ladri commettessero qualche passo falso: anelito frustrato, chi ruba uno stucco da una domus pompeiana sa quel che fa e soprattutto quel che vuole. All’inizio si pensava addirittura che l’affresco fosse stato asportato per restaurarlo, tanta è stata la perizia di chi l’ha rubato. L’unica speranza ora è nella «maledizione di Maiuri» -come ha ironizzato ieri Pietro Treccagnoli sul Mattino– dal nome del famoso archeologo/sovrintendente Amedeo, che predisse per ladri e tombaroli di Pompei almeno 7 anni di disgrazie. Ne guadagnò fama di iettatore -certe cose in Campania contano- ma ottenne dal «fato» che ogni anno arrivasse negli uffici degli scavi almeno un centinaio di pacchi o buste con frammenti di mosaici, pietruzze e scampoli di affreschi in restituzione.

Fino a 20mila visitatori al giorno e 20 milioni di euro annui di incasso, cifre importanti. Eppure non bastano. Dei cani randagi, delle toilette inesistenti, dei «bagarini» in ogni dove, degli info point evaporati, del bar con infissi in alluminio anodizzato, delle mura cadenti sotto la sferza delle intemperie (con relative strumentalizzazioni politico-ministeriali) s’è detto e scritto tutto. Il guaio vero è che i privati decisi ad investire -quando ci sono- si dileguano terrorizzati dalla sequela comune-provincia-regione-stato-sovrintendenza-sindacati-partiti, un inferno per chiunque. Il consorzio francese di multinazionali, “Epadesa”, nel 2011 offrì 3 milioni all’anno per 10 anni: inutile dire che una volta assaggiata l’aria che si respira da noi se l’è data a gambe.

Ora dall’Ue sono pronti 105 milioni per i restauri ma, si dice, attenti alla camorra, è lì pronta a mangiarseli tutti: qualcuno ci proverà pure ad accaparrarsi qualche appalto (perciò esiste la magistratura) ma spesso si tratta di un alibi, gonfiato da una pubblicistica ignara delle dinamiche criminali vere. Che rafforza lo strapotere delle burocrazie sedimentate sulle pareti e per le vie dell’antica Pompei peggio degli effetti delle piogge piroclastiche del Vesuvio

Peppe Rinaldi (dal quotidiano “Libero” del 19 marzo 2014)

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